10 Jan | 2016
francescoirace

MotoGP come il calcio…ma di chi è la colpa?

Il fan club italiano di Marc Marquez annuncia su Facebook che non sarà presente al Mugello – MotoGP 2016 – per motivi di sicurezza. La notizia è stata ripresa da tutti i più importanti media, non solo italiani, ed è ormai nota a tutti.

Per i più distratti, riassumendo: “Il dispiacere più grande è di non poter tifare Marc e Alex liberamente come avevamo sempre fatto fino a qualche anno fa, ma la situazione è quella che è e finché si continua a buttare benzina sul fuoco (e non parliamo solo di giornalisti e comuni tifosi), non ce la sentiamo di correre rischi così alti.

Troviamo vergognoso che una tifoseria non possa tifare liberamente il proprio campione senza correre rischi di ricevere minacce, oggetti o addirittura sputi, ma purtroppo anche nel motociclismo siamo arrivati a questo punto”, si legge nella nota del fan club.

Dunque, le conseguenze di quel triste finale di stagione della MotoGP sono queste: valentiniani contro marcziani, in uno scontro verbale, corredato da minacce, che ricorda, ahimè, le squallide rivalità calcistiche.

Sono d’accordo con Paolo Gozzi quando dice (sul suo blog su gazzetta.it) che “probabilmente anche un messaggio distensivo da parte delle parti in causa – in questo caso da parte di Valentino Rossi, perché Marquez ha già cercato di gettare acqua sul fuoco – ora non riuscirebbe a far rientrare l’allarme”.

Ormai il virus dell’odio (sportivo) ha già contagiato tutti i supporters più sfegatati; basta fare un giro sui social network per leggere in queste ore commenti violenti, cattivi e aggressivi.

Ma di chi è la colpa? È (solo) dei piloti che hanno scatenato questo casino infangando uno sport fino a qualche mese fa “incontaminato”, come sostengono in molti?

A mio avviso no. Non c’è dubbio che Valentino Rossi, Marc Marquez e Jorge Lorenzo (perché anche i suoi atteggiamenti non sono stati idilliaci) siano i principali responsabili di questa disfatta sportiva; chi più e chi meno.

Ma la colpa è anche nostra. Facciamoci un esame di coscienza: addetti ai lavori, giornalisti e appassionati.

I media – chi più e chi meno – ci hanno marciato sù per interessi economici, talvolta alimentando le polemiche e accendendo le rivalità per un pugno di clic: in fondo la dichiarazione offensiva e dura di un pilota nei confronti del rivale fa molto più clamore rispetto a un’intervista fatta di parole distensive.

Dall’altro lato, gli appassionati (o presunti tali), i cosiddetti tifosi. Com’è possibile che siano cambiati, in peggio, improvvisamente?

In realtà le spiegazioni sono due: dopo il fattaccio di Sepang anche chi non seguiva la MotoGP (magari solo il calcio) ha iniziato ad appassionarsi alla telenovela schierandosi da un lato o dall’altro per partito preso; chi (tra i tanti) invece si professa appassionato da sempre, probabilmente non è mai stato un vero sportivo e al primo segnale di “scatenate l’inferno” ha dato libero sfogo a un fanatismo violento e incondizionato, tipico della “peggio razza di ultrà da stadio”.

Io, almeno, la penso così.


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